ON FUTURE | La visione del futuro di otto esperti d’eccezione

Pubblicato
28 Sept 2023

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In attesa della 30ma edizione di Artissima, uno sguardo sulle nuove frontiere di geopolitica, energia, architettura, relazioni di cura, intelligenza artificiale, nutrizione e, naturalmente, arte.

©Giovanni De Sandre

Dal 3 al 5 novembre 2023 gli spazi dell’Oval Lingotto di Torino ospiteranno la trentesima edizione di Artissima. L’unica fiera in Italia esclusivamente dedicata all’arte contemporanea, diretta per il secondo anno da Luigi Fassi, fa il suo atteso ritorno con 181 gallerie italiane e internazionali, 4 sezioni consolidate (Main SectionNew EntriesMonologue/Dialogue e Art Spaces & Editions) e 3 sezioni curate (DisegniPresent Future e Back to the Future) che ne rimarcano la rilevanza internazionale e confermano la forte proiezione verso il futuro. Artissima celebra l’importante anniversario capitalizzando anni di scoperta, ricerca e relazioni per guardare al futuro in modo innovativo e dinamico. Questa visione è la chiave narrativa di On Futureprogetto che esplora settori quali geopolitica, energia, architettura, relazioni di cura, intelligenza artificiale, nutrizione e arte: otto esperti d’eccezione ci svelano la loro visione del futuro.

La sua storia professionale in tre tempi: passato, presente e futuro
Sono cresciuto e mi sono laureato a Genova, dove in quegli anni erano attivi progettisti del calibro di Giancarlo De Carlo e Renzo Piano; dopo l’università ho cominciato subito a lavorare nello studio di Renzo Piano, dove per cinque anni ho avuto la possibilità di vivere l’architettura nella sua interezza. Aver trascorso gli anni con Renzo è stata una grande opportunità: far parte di un gruppo che ha prodotto opere significative mi ha dato la possibilità di capire che nulla è impossibile in questa professione. Lo considero come un mentore perché mi ha aiutato molto: dopo essere passato dagli uffici di Genova a Parigi e aver iniziato la mia carriera «solista», ho continuato a lavorare con lui come collaboratore part-time, cosa economicamente importante per chi avvia un’attività in proprio. Dico sempre che quando lavoravo nello studio di Renzo, mi trovavo su un treno che viaggiava rapido, e poi sono saltato fuori e tutto è diventato molto più lento. Nel 1992 ho fondato il mio studio a Parigi in un luogo magico trovato quasi per caso, una residenza di Le Corbusier, «Maison Planeix». La Francia in quegli anni mi ha dato l’occasione di partecipare a molti concorsi di progettazione e così, per tre anni, sono andato avanti con i rimborsi e i premi di partecipazione ai concorsi. Poi sono arrivate le prime vittorie e oggi lo studio MCA – Mario Cucinella Architects ha due sedi, a Bologna e a Milano, ed è composto da oltre 100 professionisti. MCA è specializzato nella progettazione architettonica che integra strategie ambientali ed energetiche, grazie al contributo di un dipartimento di R&D interno, che analizza le tendenze del settore immobiliare, e che è responsabile dello studio ambientale, ovvero il supporto ai progetti attraverso lo sviluppo di simulazioni software per ottimizzare la progettazione a scala di edificio, di masterplan e di città per ridurne gli impatti e migliorarne le performance. Quello dello studio ambientale e del contesto è un aspetto imprescindibile del mio percorso professionale presente-passato-futuro: nel mio lavoro cerco da sempre l’«empatia creativa» nel rapporto tra gli edifici, le loro performance e l’ambiente. Alle spalle abbiamo migliaia di anni di tecnica, saperi tramandati, esperienze che hanno portato l’uomo a vivere e a costruire in contesti ambientali differenti, spesso con ottimi risultati. Un passato che ancora oggi può insegnare tanto. Queste per me rappresentano le fondamenta: l’unica opzione è includere, nella progettazione attuale, il tesoro di conoscenza del passato per un progetto che sarà realizzato nel futuro. Se devo pensare in generale al futuro, dico che è di chi lo farà: gli adulti e i professionisti di domani sono i bambini di oggi che, con la loro semplicità e un’immaginazione libera da preconcetti e sovrastrutture, sanno indicarci più di altri la direzione da seguire. Le nuove generazioni sono attente e consapevoli, questo mi fa ben sperare in un mutamento positivo anche nel lavoro di progettazione.

Come sta cambiando il suo lavoro e quanto conta per lei immaginare il futuro?

Il lavoro di architetto sta evolvendo e lo trovo inevitabile in un mondo che corre così veloce. Credo però che, per affrontare le sfide che i più disparati contesti ambientali offrono a chi progetta, non ci si possa distaccare dal passato e da cosa ci ha insegnato in secoli di storia. Negli ultimi decenni l’architettura sembra aver perso completamente questa bussola, progettando architetture eccentriche e slegate dal contesto geografico e sociale in cui si devono inserire; alcune volte possono anche andare bene, però non sono sicuro che la strada giusta sia quella di essere provocatori sempre, perché la vera provocazione, quella costruttiva, la si ritrova anche e soprattutto in un percorso di continuità. Naturalmente immaginare il futuro è alla base del mio lavoro, si è chiamati a progettare luoghi e a plasmare contesti nei quali vivranno le persone anche dopo molti anni la fase progettuale. Noi architetti abbiamo una grande responsabilità: l’architettura è qualcosa di solido, che rimane e che ha un impatto sulla realtà di tutti. Aggiungo che nel mio lavoro, alle volte, prendono piede tendenze fatte di parole, come «sostenibilità» che, se usate troppo e in contesti non appropriati, finiscono per svuotarsi di significato. Bisogna essere sinceri: costruire non è mai un’azione ecologica, si trasforma materia, ci sono processi industriali importanti e impattanti. Quel che possiamo fare immaginando il futuro è analizzare con serietà il presente per riuscire a costruire meglio, consumando meno e pensando alle performance degli edifici lavorando su due livelli: uno tecnico (perché il progetto è fatto di prestazioni) e uno estetico. Abbiamo preso coscienza del fatto che si possa costruire meglio, il passo successivo è trovare linguaggi architettonici coerenti. Come tutte le cose, i cambiamenti sono processi lunghi da maturare e quello culturale necessita di più tempo e sedimentazione.

Quale artista la fa pensare al futuro?

Mi piacciono Mantegna e Raffaello, ma è l’arte contemporanea ad appassionarmi. Francis Bacon, perché mi turba e stravolge l’anima come anche Joseph Beuys per l’approccio alla natura. Anche Mark Rothko è ipnotico. Colori, anche due soli colori: eppure ti rapiscono facendoti immergere in un concetto spaziotemporale che intorno a te non c’è, non esiste, eppure t’ipnotizza. In generale però, più che un singolo artista, penso che alcune correnti dell’arte, come l’arte povera, siano talmente forti per la loro carica creativa ed espressiva da non poter essere incasellate nel tempo, e per questo siano capaci di essere fonte di ispirazione. Il mio grande amore è la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane a Roma, un’opera straordinaria del Borromini. L’entrata è proprio sulla strada. Che coraggio in quella facciata! La cosa più potente, però, è la luce al suo interno, una dimensione spirituale che, a mio avviso, difficilmente trova paragoni. Ecco, per esempio, dall’ispirazione barocca è nato il progetto della chiesa di Santa Maria Goretti a Mormanno. Un volume unico, con un velario traslucido al suo interno alto più di quattro metri, da cui la luce filtra facendoti entrare in una dimensione spirituale. L’idea era proprio quella di recuperare le geometrie e le curve delle chiese barocche. Quel velario ricorda i panneggi delle vesti che gli artisti barocchi dipingevano nelle loro opere e le pareti seguono quelle conche di ombre e luci. Si è cercato di ritrovare proprio la spiritualità. Il tentativo è agganciarsi alla storia senza perderla, ma usarla come leva positiva per costruire le fondamenta del prossimo futuro.

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