La guida di Domus a Pechino

Published
09 Nov 2023

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Dagli hutong alle danwei, dalle architetture-icona ai più recenti sentieri di rigenerazione urbana, un itinerario attraverso gli edifici simbolo di una città al tempo stesso antichissima e iper-contemporanea.

Si dice che per vedere la Cina degli ultimi millenni si debba andare a Xi’an, “il paradiso dell’ovest”, per vedere quella degli ultimi secoli, a Pechino, “la capitale del nord”, e per vedere quella degli ultimi decenni occorra invece andare a Shanghai, la perla “sul mare”. Non è un caso se i principali monumenti di Pechino risalgono proprio alle ultime due dinastie regnanti, i Ming e i Qing. Infatti, Pechino non fa eccezione alla maggior parte dei siti storici cinesi, continuamente riscritti nelle forme insediative, tanto nei quartieri residenziali quanto nei palazzi imperiali. Ad esempio, la Pechino descritta da Marco Polo, costruita durante la Dinastia Yuan non esiste più, demolita dall’esercito della vincitrice Dinastia Ming.

Molteplici eventi hanno continuato a riscrivere la capitale, dalle Guerre dell’oppio di metà XIX secolo, alla penetrazione occidentale nel tessuto economico e sociale della Cina, alla graduale dissoluzione dell’impero e al difficile ingresso nella modernità raccontati ne L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci. Con l’alba della Repubblica Popolare Cinese, poi, si importano modelli urbani sovietici, che trovano a Pechino, come in molte altre città cinesi, una delle espressioni più simboliche nella costruzione di innumerevoli danwei, unità lavoro – oggi considerate patrimonio storico e spesso recuperate o rigenerate – che racchiudono spazi domestici, produttivi e sociali, nello stato socialista che vede la città sostanzialmente come un centro di produzione.

Con l’ascesa di Deng alla presidenza, negli anni ’80 la Cina si apre rapidamente agli investimenti esteri e al mercato globale e diverse ondate di urbanizzazione trasformano i confini urbani delle città. A Pechino l’espansione è concentrica, come testimoniano i diversi anelli infrastrutturali che ancora oggi rappresentano un fondamentale strumento per orientarsi. In parallelo alle grandi quantità costruite, anche a Pechino, città più resistente ai cambiamenti rispetto a Shanghai o Guangzhou, si manifesta una spinta verso la spettacolarizzazione di alcune trasformazioni urbane, culminanti nelle architetture-icona degli anni 2000 come il Teatro Nazionale, lo stadio olimpico, la Cctv Tower, o il Linked Hybrid, mirate a ridefinire l’immagine e la narrazione della Cina contemporanea, in risposta prima ai mercati globali e poi all’arrivo delle Olimpiadi del 2008.

Le due Olimpiadi che Pechino ha ospitato offrono due chiavi di lettura allo sviluppo urbano molto diverse. Pur in una grande complessità di processi, si può sostenere che le Olimpiadi del 2008 vogliono dimostrare l’adesione alle dinamiche globalizzanti attraverso la teatralizzazione, mentre la Pechino delle Olimpiadi invernali del 2022, che, con le dovute eccezioni – vedasi il distretto finanziario di Chaoyang – non è così diversa da quella di 8 anni prima – perché si è passati a operazioni di rigenerazione urbana e adattamento dei manufatti esistenti a usi contemporanei. Ci basti ricordare le immagini televisive di ciminiere e torri di raffreddamento come sfondo dei trampolini del salto con gli sci allestiti all’interno dell’ex sito metallurgico di Shougang.

Questa nuova postura è certamente l’esito di un rinnovato sguardo verso la città costruita e le sue forme, che sono progressivamente riconosciute come testimonianze storiche. Ma forse deriva anche da una serie di appelli provenienti dalla leadership a cessare la costruzione di “edifici strani” –qualunque cosa questo attributo voglia dire – e curiosamente, è quasi sempre la sede della Cctv, progettata da Oma, ad essere assunta come bersaglio.

In attesa di scoprire come sarà il più grande spazio di lettura al mondo nella nuova biblioteca disegnata da Snøhetta, attesa per il 2024, nella Pechino contemporanea identifichiamo le forti tendenze della rigenerazione urbana – in aree residenziali, come ad esempio i tradizionali hutong, e nei riusi adattivi di ex comparti industriali – e di una grande vitalità negli spazi pubblici e nei servizi connessi. Si rilegge infatti un’idea di spazio pubblico, passando dalla storica segregazione degli isolati in case a corte e unità lavoro recintate, a strategie di riattivazione che favoriscono nuove interazioni tra residenti, lavoratori e passanti.

Abbiamo selezionato un piccolo panorama di architetture contemporanee che oggi ci danno la cifra di tutta questa stratificazione storica e culturale, a fissare un’istantanea della Pechino odierna, indubbiamente destinata ad aggiornarsi nei prossimi anni.

©Gabriele Basilico

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